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venerdì 24 maggio 2013

Miti, leggende o... invasioni di campo


La magia hollywoodiana, per la prima volta applicata al genere supereroistico in senso stretto, ha dato vita a battute da copione simili a questa (che per comodità tradurrò dall’originale): “(…) Vivi come fossi uno di loro, Kal-El, scopri dove la tua forza e il tuo potere sono richiesti. Mantieni sempre vivo nel tuo cuore l’orgoglio dell’eredità speciale che porti con te. Possono essere un grande popolo, Kal-El, vogliono esserlo. Hanno solo bisogno di una luce che mostri loro la giusta via. Per questa ragione, più di tutte, per la loro capacità di fare del bene, io ho mandato te… mio unico figlio.

  E ancora: “vivrai la mia vita attraverso i tuoi occhi, ed io vivrò la tua attraverso i miei. Il figlio diventa padre, e il padre diventa figlio”.
  
  Di che altro avete bisogno per avvertire quel lieve tocco di deja-vu che conoscete benissimo? Provocazioni a parte, che siate o meno predisposti ad accogliere la Rivelazione, rimane un dato di fatto che al cinema Superman sia stato rappresentato proprio come il figlio di un dio, e tra gli uomini dio egli stesso.
   
   Provo ad andare per ordine. Liberi di replicare apertamente se vi sembrano fesserie.

  All’inizio degli anni ‘30 due compagni di liceo di origine ebrea, lo scrittore Jerry Siegel e il disegnatore Joe Shuster danno vita a un personaggio dei fumetti destinato a scrivere pagine di storia e cultura popolare. Sul finire di quella decade, esattamente 75 anni fa, la newyorchese DC Comics, che nel frattempo acquista i diritti del personaggio, pubblica il primo numero di “Action Comics” contenente  la prima avventura dell’Uomo d’Acciaio. La copertina raffigura l’eroe nell’atto di dare sfoggio di uno dei poteri più impressionanti per l’epoca in cui esordisce nelle edicole, vale a dire la forza sovrumana.  Superman infatti non è ancora in grado di volare, non ha raggi laser che gli escono dagli occhi e al superudito non si fa il minimo accenno. Può però compiere grandi balzi e scavalcare i grattacieli, e correre più veloce di un treno. 

   Non c’è nulla di fantascientifico nella copertina, non ci sono salvataggi di vite né combattimenti con villains. Prima che alieno, o divino se vogliamo, Superman è raffigurato come un energumeno talmente forte da suscitare nelle persone solo paura e sgomento, proprio come farebbe, attraverso gesti eclatanti e improntati al caos più sfrenato, un villain che si rispetti. La sconfinata ammirazione del popolo americano è qualcosa di realisticamente e ragionevolmente – molto più ragionevolmente di quanto non abbia mostrato il cinema – ancora lontano dallo standard del personaggio. Certo non tarderà a guadagnarsela, ma se il buongiorno si vede dal mattino per Superman non saranno solo rose e fiori.



La primissima edizione di Action Comics #1 – Giugno 1938. © Dc Comics.



   Le origini del personaggio vengono appena tratteggiate, nel giro di una sola pagina si va dal lancio del razzo da un pianeta morente all’arrivo in fasce sulla Terra, dove il piccolo Clark Kent viene allevato in un orfanotrofio e cresce fino a diventare Superman. L’aspetto più curioso, e per certi versi  insolito rispetto a quanto abitualmente si è visto del futuro padre di tutti i supereroi, è il tentativo dei due autori di dare una spiegazione scientifica dei suoi poteri. Anzi, dei poteri di Clark Kent:





   Fa sorridere senza dubbio, specie se si considera che entro pochi anni dalla sua nascita editoriale, Superman svilupperà molti altri superpoteri propriamente detti, tra cui il superudito, la vista a raggi X e non ultima la capacità di volare. Nessun altro autore da allora si sentirà più in dovere di fornire spiegazioni così minuziose di tali mirabolanti capacità.

   La cosiddetta "Epoca d'Oro" della fantascienza americana, prima ancora che dei fumetti, è appena agli inizi, ma rappresenta il preludio ad opere immortali sviluppate con tale serietà e dedizione da rappresentare una fonte di ispirazione non indifferente per molti campi di applicazione, dalle tecnologie militari alle applicazioni informatiche e alla stessa cinematografia moderna.

  In tutto questo, naturalmente, la religione non c'entra. Anche se suscita più di qualche perplessità il fatto che, in occasione del ritorno al cinema di Superman nel 2006 con Superman Returns di Bryan Singer, da più parti siano giunte voci eminenti pronte a testimoniare apertamente l'appartenenza della creatura di Siegel e Shuster a una precisa confessione.* 

   Ora che ho lanciato questo macigno nella pozzanghera, e di onde nemmeno l'ombra, mi limiterò a ciò che il cinema ha plasmato da zero, e approfondito a proprio piacimento, intorno alla figura di Superman. 

  Tra i contenuti speciali dell'edizione DVD di Superman uscita nel 2001, oltre a dieci minuti di scene aggiuntive tratte da vecchie riprese che non furono poi inserite nel montato finale, è presente il commento audio del regista Richard Donner e dello sceneggiatore Tom Mankiewicz, in cui quest'ultimo fa delle ammissioni circa il taglio con cui vengono affrontate alcune tematiche all'interno del film. La figura di Jor-El, padre biologico di Superman, il cui nome di origine è Kal-El (dove la desinenza "El" identifica il casato di famiglia su Krypton, simboleggiato da un geroglifico a forma di "S"), è dichiaratamente assimilabile alla figura di Dio, che manda il proprio figlio sulla Terra a guidare le gesta di quello che può e aspira ad essere "un grande popolo" (piccola curiosità: la desinenza "-El" in ebraico rappresenta la particella semantica con cui si definisce il divino, non a caso molti nomi di angeli finiscono con -El). Un dio che all'inizio del film caccia dal pianeta Krypton il malvagio Generale Zod, una sorta di generale rinnegato che tenta di sovvertire l'ordine democratico che vige sul pianeta per sottometterlo nel sangue di una dittatura militare. O, per dirla con Mankiewicz, una sorta di angelo caduto che rivolge il proprio odio e la propria furia luciferina verso la discendenza stessa di Jor-El...

   Kal-El  giunge così sulla Terra, viene cresciuto e amato da due umili contadini che non hanno altri figli, e si crea una maschera, il reporter Clark Kent, che gli consenta di vivere come un essere umano, di farsi in altre parole uomo. E ad un certo punto della propria vita quest'uomo straordinario parte per un lungo viaggio alla ricerca di se stesso, che lo porta non nel deserto bensì tra i ghiacci del Polo Nord.

   Nel Superman Returns di Bryan Singer, 2006 (che merita un post a sé) si arriva perfino alla morte e alla resurrezione di Superman, con tanto di Passione. Emblematica la scena in cui un'infermiera, dopo che Superman è stato ricoverato in ospedale perché pugnalato da Lex Luthor con un cristallo di kryptonite, entra nella sua stanza e trova il letto vuoto e la finestra spalancata. Scena sinceramente memorabile, che però non ha potuto fare a meno di evitare qualche sorriso malizioso in sala, tra una lacrimuccia e l'altra.

   Un'ultima annotazione: se è vero, come ho scritto all'inizio, che i richiami religiosi sono una libertà che il cinema si è preso in più di un'occasione, nei fumetti è comparsa anni fa l'immagine più evocativa e scioccante che i fan come me ricordino. Vi lascio ad ammirare qui di seguito la pietà che emana tra le lacrime e il sangue.

   Alla prossima!

                                                                                          Marco S. Di Fonzo




                                      "La morte di Superman", ediz. it. Play Press Publishing, novembre 1993. © Dc Comics.





mercoledì 15 maggio 2013

È un uccello! È un aereo! No, è SUPERMAN!!!

La saga cinematografica di Superman, iniziata con l'omonimo film di Richard Donner nel 1978 è stata, forse più di altre megaproduzioni hollywoodiane, il manifesto di un'epoca ideologicamente e concettualmente distante anni luce da quella attuale.

   Se sotto certi aspetti prettamente tecnici il film ha rappresentato un'innovativa e a suo modo realistica  commistione di più generi cinematografici - in particolare l'action e la fantascienza nuda e cruda -  nonché la pietra miliare che avrebbe segnato per sempre un certo modo di fare cinema (tra i vari premi vinti spicca infatti l'Oscar per i migliori effetti speciali), per altri il film ha ricalcato alla perfezione il sentimento di euforica spavalderia che pervadeva allora costumi e cultura di un'intera generazione tra la seconda metà degli anni '70 e la prima metà degli anni '80, negli USA prima che nel resto del mondo. Erano gli anni in cui moriva Elvis Presley, le sonde spaziali venivano liberate in cielo come colombe, nascevano icone pop senza tempo e cadeva Saigon. La gente cominciava a ballare la disco-music e leggeva fumetti di supereroi sui  marciapiedi agli angoli delle strade. I neri finivano al tappeto, Muhammad Ali li aiutava a rialzarsi e Michael Jackson ne consacrava lo spirito di rivalsa.
L'America, insomma, si sentiva invincibile e Hollywood passava da vetrina di divi bellissimi in stile anni Venti a palestra di eroi muscolosi e senza macchia.

    I cattivi, al cinema, blateravano battute scontate o venivano ridicolizzati in varie maniere. Russi e sceicchi arabi erano quelli più bersagliati, nei film d'azione come nelle commedie. Il cinema di genere supereroistico era agli albori, e l'atmosfera elegantemente camp delle storie a fumetti dell'epoca si rifletteva negli scenari stessi dei film e nel modo di tratteggiare la figura del villain di turno. 

   È in questa cornice di machismo tutto stelle, strisce e lustrini che compare Superman, sbucato dal nulla - ma anche da una cabina telefonica, o da una porta girevole - al fianco dei più deboli e indifesi, che paradossalmente sono proprio gli americani. Il mondo lo accetta da subito per quello che è, un extraterrestre piovuto da un altro pianeta e con i poteri di un dio.

   Il suo costume "è una bomba", per dirla con le parole di un passante che lo vede spiccare il volo per la prima volta. Donner e compagnia hanno il merito di contestualizzare e rendere credibile perfino l'origine della "S" sul petto  -  lo stemma di famiglia sul pianeta d'origine - una cosa di cui il pubblico sentirà appena il bisogno quasi quarant'anni dopo. La "S" non sta per "Superman" ma diventa per grandi e piccoli  la "S" di Superman, perché così suona meglio e da dove viene è solo un dettaglio. Ora è qui, tra la gente, acciuffa le pallottole al volo e corre più veloce di un treno. 

   È un figlio mandato dal padre nel nostro mondo, a soffrire con noi, a fare miracoli e ad insegnarci il bene e la giustizia... ma questa è un'altra storia. 


   Alla prossima!

                                                                                                       Marco S. Di Fonzo
   



     
   

giovedì 9 maggio 2013

Titoli di testa

Ciao a tutti,

ci ho pensato e ripensato e alla fine ho deciso di cominciare a muovermi anch'io, da proverbiale goffo elefante quale mi sento ora, nella cristalleria a cielo aperto che è diventato il mondo della condivisione libera dei propri pensieri.

   Lo faccio con la consapevolezza, che sarà un po' il mio navigatore da qui in avanti, di avere qualcosa di cui parlare con passione ed esperienza, qualcosa di cui non varrà mai la pena provare vergogna neanche quando i figli che ancora non ho un giorno saranno grandi, e mi guarderanno fare quello che faccio adesso con un sorriso di "affettuoso scetticismo".

   Il titolo: "Vent'anni nel Duemila" non è altro che la mia età all'epoca. Un'età tonda tonda, una bellissima età in un bellissimo anno, l'età della conquista della vita mentre nasce il nuovo millennio. Oggi quei vent'anni sono ancora lì da qualche parte dentro di me - come potrebbe essere altrimenti! - e se sono disposto a credere davvero a quello che ho appena scritto del mio futuro ancora lontano, non li lascerò mai più andar via. Questo titolo e tutto l'universo che si porta dentro saranno il mio tatuaggio sempre vivo e leggibile, su un lembo dell'anima che non avvizzirà mai né cadrà con l'età. 

    Facciamo un po' di conti. 

    Vent'anni nel Duemila significa esultare a 10 anni davanti alle gesta di Schillaci, o domandarsi che cavolo ci sarà di straordinario a prendere a martellate un muro pieno di scritte e scarabocchi. Vent'anni nel Duemila significa anche ricevere in regalo il primo cellulare con il diploma di maturità in mano e scoprirsi meravigliati, che dico, GRATI di questo.

   Vent'anni nel Duemila è divertirsi come matti in sala-giochi con un anonimo idraulico che rincorre su e giù per le scale funghi alti quanto lui! Oppure aiutare un pulcino della Nuova Zelanda a ritrovare i propri fratellini rapiti dal cattivo di turno. 

   Vent'anni nel Duemila, infine, è andare al cinema e vedere la mitica DeLorean scomparire nel tempo lasciandosi dietro due strisce infuocate, o sentire schioccare una frusta con un'allegra marcetta musicale di sottofondo. 
    Ecco sul cinema ho un rimpianto, forse l'unico, ed è questo: non aver avuto dieci anni di più per vedere  Christopher Reeve volare per la prima volta... 

    Forse, a ripensarci con i capelli bianchi sulle tempie, è stato un bene scoprirlo da solo qualche anno più tardi. Il non dover per forza dividere la meraviglia con il resto della sala mi ha riservato un posto in prima fila, gratis e senza interruzioni, al Più Grande Spettacolo Della Mia Vita.

   Il rito si consumava ogni sabato sera:  si affittava il Superman di Richard Donner del 1978 e si mettevano a tacere i pazienti genitori. Volevo un'ora e mezza a settimana per comandare e lo facevo nel più assoluto  silenzio davanti al mio Chris. 

   Una cosa è sicura: ho visto Chris Reeve volare per l'ultima volta, nell'87, in quel Superman IV - che pronunciavo rigorosamente "iv", vai a capire perché non mi fossi mai chiesto, all'epoca, che cosa significasse - che sarà anche stato il meno riuscito dei quattro, ma a 7 anni mi sarei accontentato di uno scontro con Topolino, pur di non smettere mai di vederlo mostrare la sua dolce spavalderia alla telecamera e volare ancora e in alto, sempre più in alto.

   Mentre vi scrivo un brivido di emozione fa tremare le mie dita. 
  Tra qualche giorno saranno passati diciotto anni da quella maledetta caduta. Il 27 maggio del '95 Chris Reeve, che aveva ancora tutto il tempo davanti a sé per compiere meraviglie, cade da cavallo e io mi scopro per la prima volta egoista:  nessuno mi avrebbe più ridato quel Superman, in un modo o nell'altro sarei dovuto crescere e chissà quale strada avrei preso. Quello che a me importava era solo che il rito, nel cuore o nella mente, continuasse a ricordarmi da dove venivo e chi ero stato da bambino.

   Oggi quei vent'anni nel Duemila sono ancora lì, a reclamare il loro spazio. Questo blog vuole mostrarvi che sono ancora forti e possono ancora cambiare la vita di una persona. 

   Alla prossima.

                                                                                                                 Marco S. Di Fonzo